Bibliografia

 

1993

Angelo Campo

“ la pittura di Angelo Diquattro si svolge con una forte carica espressiva nella collocazione dei verdi caldi e della radura assolata di ocra gialla, con pennellate di timbro asciutto ma pasciuto di colore che sicuramente affidano alla composizione per piani longitudinali la comunicazione costante per il destinatario di tale pittura”

 

1994

Enzo Fabiani - Catalogo Arte e di Miart, Giorgio Mondadori, Milano

 

 

1995

Dizionario degli Artisti Contemporanei

 

 

1999

Roberto Puviani, Dizionario Enciclopedico d’Arte Contemporanea

 

 

2000

Marcello Scurria - L’Amaro Miele Voci e Silenzi Nicola Rampin- Copertina omaggio a Gesualdo Bufalino

 

 

2002

Catalogo Finarte

 

 

2003

Paolo Nifosì – Catalogo Bregoli Arte

“ le opere di Angelo Diquattro sono una sorta di diari intimi, la cui scrittura ha percorsi lirici. Prevale il sentimento della oggettività; il velo della memoria che rende appena la consistenza delle immagini, una sorta di cartoline dell’anima scritta ogni volta che sono state provate forti emozioni della vita quotidiana, espresse in punta di penna, suggerite appena. Dato singolare suo, ma che è emblematico di potenzialità che spesso sono rimaste nel privato”

 

 

2008

Manifesto raffigurante Anna Magnani, Cinema Festival Costa Iblea, progetto grafico a cura di Giuseppe La Rosa, Ragusa

 

2011

“se solo l'ombra nascosta da chiaroscuri pensieri poetici valicasse il pensiero dell'immagine dell'uomo-pittore, oltre il desio della bellezza, oltre l'estasi pittorica di un uomo che non si ferma al tradizionale commerciale, ma esalta con forme e follie - con le peripezie del proprio pennello giocando nell'astratto divenire un avvenire di forme e colori. Contro-corrente, forse la forma contro-commerciale, altamente qualitativa e non quantitativa "innalza" chi fa dell'arte, l'arte! ”

Nicola Rampin

 

Monumentale e segreto

 

Immaginiamo, per un istante, di essere archeologi sul punto di compiere una straordinaria scoperta. Ci troviamo nel deserto e davanti a noi si apre un cunicolo che conduce a una tomba. I sigilli ci sono ancora: la tomba è ancora vergine, mai violata. E già questa consapevolezza è sufficiente a emozionarci oltre ogni limite. Il punto, però, è un altro. A chi appartengono questi sigilli? La loro forma ci è ignota. Le tracce di scrittura alfabetica ci parlano di una lingua sconosciuta, non appartenente a nessuna delle civiltà che hanno solcato, nei secoli, il deserto in cui stiamo scavando. E quale la nostra sorpresa quando, aperta la tomba, non troviamo sulle pareti i soliti cicli pittorici allusivi alla vita oltre la vita del defunto. Al contrario, le pareti ci avvolgono con superfici bianche formate da leggere e sovrapposte velature da cui si sprigionano vibrazioni cromatiche lievi come brezze. Qua e là, dei segni, disposti secondo un ordine che travalica il nostro bagaglio di esperienze, ma che percepiamo comunque come naturali. Si tratta, perlopiù, di linee spezzate che la nostra mente è chiamata a completare formando quadrati, rettangoli, figure geometriche sapientemente collocate. Il bianco delle pareti, poi, sembra privo di confini definibili. La sua consistenza, quasi fosse sul punto di dissolversi, si stempera nello sfondo, sinché tutte le superfici diventano profonde e cristalline, quasi fossero filtrate da un raggio di luce che non si capisce se provenga da qualche finestra nascosta o dalla nostra stessa anima. Questo ho sognato stanotte, pensando di scrivere una pagina per Angelo Diquattro. La sua pittura aniconica è, in effetti, segreta e monumentale come un antico sepolcro. Segreta non tanto – o non solo – perché poco nota in un tempo come il nostro in cui la fama è quasi un disvalore, ma per quell’afflato mistico, sentimentale che induce l’artista ad annullare ogni distinzione tra sfondo e primo piano, concentrandosi sui segni che la percorrono alla ricerca di ordine e armonia. Monumentale perché, nonostante il piccolo formato, l’organizzazione fortemente strutturata, direi quasi architettonica, dei suoi lavori li apparenta, appunto, a degli affreschi, a delle visioni concepite per avvolgerci, ma non per sovrastarci. Visioni sulla cui superficie traslucida ci rispecchiamo volentieri, sperimentando, di volta in volta, il piacere della scoperta e la quiete della contemplazione.

Andrea Guastella

 

2012

“E un gioco tra visibile ed invisibile quello che taspare dalle tele di DIQUATTRO,abitate da sfondi aniconici su cui si affacciano tracce dei suoi paesaggi ragusani in miniatura evocati da sintetiche pennellate che ricordano il blu cobalto,il verde del carrubo o le radure ocra dei paesaggi iblei.sono finestre,punti isolati circondati da una superfice materica ricca di segni che riconducono al gesto elementare di una primitiva scrittura.Diquatto elabora la sua poetica originaria legata al figurativo fino a restituire una pittura alle soglie dellinfarmale ma mai svincalata dalla realtà che ritorna con punti di colore o con stralci di giornali attaccati alla tela.Il suo approccio creativo,arricchito da un continuo sperimentalismo,è permeato da un attrazzione per il segno che diventa fulcro del suo sguardo sul mondo.”

Giada Cantamessa

 

 

Angelo Diquattro, azione e creazione

Come attesta la stagione matura dell'opera di Angelo Diquattro, annota Elisa Mandarà nella sua riflessione critica, la sua crescente insofferenza verso le forme finite, verso la loro rappresentazione mimetica porta l'artista a connotare personalmente la perdurante attrazione verso la fisionomia iblea del paesaggio, nel senso che quello che un occhio di superficie può valutare come permanenza tematica, è in realtà un capovolgimento totale del punto di partenza della ricerca del pittore, per il quale gli scenari naturalistici a lui cari, quelli familiari ai quali la vista è adusa, sono quasi oggi pretesto, e quanto Angelo Diquattro offre su─║la tela sono presenze pittoriche autosufficienti, diremmo finanche autoreferenziali.

 

Si perde la memoria di natura,nelle composizioni pittoriche di Angelo Diquattro. La sua attenzione, aborigene del suo percorso creativo concentrata sul paesaggio, declina poi verso la precisazione di una cifra che dialoga apertamente con le esperienze novecentesche dell'espressionismo Astratto, specialmente -sul piano della visiva rappresentazione- con un suo esponente circoscrivibile quale fu Twombly. Come attesta la stagione matura dell'opera di Angelo Diquattro, la sua crescente insofferenza verso le forme finite, verso la loro rappresentazione mimetica porta l 'artista a connotare personalmente la perdurante attrazione.

Verso la fisionomia iblea del paesaggio, nel senso che un quello che un occhio di superficie può valutare come permanenza tematica, è in realtà un capovolgimento totale del punto di partenza della ricerca del pittore, per il quale gli scenari naturalistici a lui cari, quelli familiari ai quali la vista è adusa, sono oggi quasi pretesto, e quanto Angelo Diquattro offre sulla tela sono presenze pittoriche autosufficienti, diremmo finanche autorefenziali. Perché la sua sensibilità espressiva lo conduce a un costante processo di sintesi, di conversine del dato visivo, anche in virtù delle trasfigurazioni memoriali, per cui il reale fenomenico si fa punto di forza nel grumo di colore, nella suadente corporeità dell'olio. Il reale è densità di materia, per Diquattro, è macchia, è frammento e frammentazione, il reale sono tracce fangose e calcaree, il reale sono i variegati interventi di segno, di matita, di graffiti, distribuiti in maniera apparentemente casuale sulla superficie bianca della tela quasi in risposta a un automatismo, a un grafismo improntato con semplicità diretta del disegno infantile.

Il senso più profondo dell'arte di Diquattro possiamo dunque rintracciare anzitutto nei precedenti creativi stessi del fare la pittura, che, esaltando la libertà gestuale, sono esperienza vitale. C'è molto io in assenza di regolarità, in questa anarchia di ritmo. Se non sui piani storici, a livello pragmatico l'atto del dipingere è "pittura d'azione", per Diquattro, sfogio e prova autentica della creatività dell'uomo, è -si passi l'etichetta al di là delle sistemazioni di corrente- "Action painting", che, nella emancipazione dalla razionalità e da schemi stilistici preconfezionati, trova originalità di parola, di espressione, di essere.

Andando a valenze più larghe, che superino l'essere artisti come esperienza soggettiva, torna in mente la pregnante affermazione di Motherwell, che nel 1943 osservava come l'arte moderna fosse connessa alla libertà nell'individuo, e che (l'artista moderno tende a diventare l'ultimo essere sperimentale attivo nel gran mondo). Spiritualità e attività,sono questi due poli che l'arte concilia, misteriosamente, e che Angelo Diquattro vive sulla pelle ruvida della sua opera. Questo dice il linguaggio che non cerca forma, che non abbisogna di icona, perché sia intimamente 'natura'. Natura fatta, poi disfatta, quindi ricreata, lungo processi continui di reinvenzione, testimoni suggestivi delle proprietà assolute, inquiete,non risolvibili dell'arte.

Critica Elisa Mandarà